02/05/2018

AMPELEIA: storia di natura, uomini , amicizia e, ovviamente, vino.

Quella che vorrei raccontarvi è una storia di uomini, territorio, vino e cultura. E’ la dimostrazione di come la Natura possa talvolta prendere il sopravvento e forgiare proprio quelle persone che avrebbero invece dovuto piegarla ai propri interessi.

Tutto inizia da una storia d’amore, quella tra Erica SuterPongratz e Peter MaxSuter, svizzeri. Peter era un imprenditore nel campo della vendita delle auto, amante dei viaggi e della Toscana in particolare. Durante alcuni ripetuti soggiorni si innamora di un angolo della Maremma Toscana, in particolare del paese di Roccatederighi, al punto di investire nel territorio, trasferire di fatto la sua residenza assieme alla moglie Erica ed avviare nel 1978 una impresa agricola cui darà il nome di Azienda Agricola Meleta. Nel giro di qualche anno diventa uno degli allevamenti europei più importanti per la produzione di carne di piccione; l’attività viene integrata anche con una piccola produzione di vino ed allevamento di pecore. Dopo la sua morte nel 1994 le redini dell’azienda passano ad Erica ed agli eredi i quali però non sono molto convinti riguardo la convenienza a proseguire l’attività.

A questo punto entra in gioco l’amicizia, quella tra Elisabetta Foradori, personaggio di riferimento della viticoltura trentina e nazionale, l’imprenditore Giovanni Podini e l’agronomo Thomas Widmann : una sinergia di intenti e competenze che si mettono al servizio di un progetto non meramente imprenditoriale e commerciale, ma una sorta di incubatore di idee e di sperimentazione. L’attenzione ricade proprio su questa azienda Meleta, ormai quasi in disarmo produttivo, ma che si colloca in una posizione invidiabile. E’ il 2002 e nasce Apeleia, dal greco ampelos, cioè ‘vite’. Dal nome è chiaro il progetto: rendere la vite, e quindi il vino, protagonista. Detta così, disponendo di adeguate risorse economiche ed umane da investire, potrebbe sembrare quasi facile, in realtà la visione prospettica è diversa.Per non dilungarmi troppo invito chi non conoscesse Elisabetta Foradori a leggere l’articolo relativo alla nostra visita alla sua azienda in Trentino a maggio 2017 e mi limito ad osservare che la visione è in realtà perfettamente ribaltata rispetto a quanto espresso in precedenza: l’obiettivo è infatti quello di rendere protagonista il territorio attraverso lo strumento della vite e quindi del vino.

Ci troviamo a Roccatederighi, in provincia di Grosseto, zona antiappenninica della Colline Metallifere, area selvaggia ed integra, con la natura che domina, una grandissima biodiversità e certamente esterna ai consueti percorsi enologici toscani. Su 120 ettari complessivi della tenuta, circa 35 sono vitati con giaciture variabili dai 200 ai 600 metri di altitudine e con una grandissima variabilità geologica e pedoclimatica nel raggio di soli 30 chilometri. Si è resa quindi necessaria una attenta zonazione per individuare i vitigni più adatti all’impianto nelle differenti parcelle. Oltre a piante di Cabernet Franc, Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon già collocati dalla precedente proprietà, le analisi portano ad individuare una serie di vitigni tipicamente mediterranei come l’Alicante Nero, Alicante Bouschet e Mourvedre; a parte quest’ultima si tratta di uve presenti in Toscana dai tempi degli Etruschi. Molte vigne sono complantate, cioè con vitigni diversi all’interno dei medesimi filari, alcune sono microparticelle inferiori all’ettaro, circondate da macchia mediterranea o piante di sughero. Da tutti i vigneti si vede l’Isola d’Elba e quella del Giglio. Questo ovviamente non è solo una nota paesaggistica, per quanto pittoresca, ma evidenzia una particolare giacitura ed esposizione degli impianti che li espone alle correnti d’aria provenienti dalla costa a tutto vantaggio della sanità delle uve e garanzia di adeguati sbalzi termici.

Ho accennato all’amicizia dalla quale è scaturita il progetto (anche se dopo pochi anni Thomas Widmann ha abbandonato l’azienda per dedicarsi all’impegno politico), ho illustrato sinteticamente il palcoscenico naturale sul quale questa rappresentazione è stata allestita, abbiamo nominato alcune delle uve protagoniste…… manca il regista, colui che dall’inizio è l’enologo di Ampeleia e che da cinque anni, è anche responsabile delle parte viticola: Marco Tait.

E’ toccato a lui, nella sua qualità di direttore tecnico, venire a Crema il 28 Marzo ad accompagnare i propri vini per raccontarceli e raccontarsi. Trentino come Elisabetta Foradori, dopo aver concluso il suo percorso di formazione all’istituto di San Michele all’Adige, viene mandato ‘in missione’ in Toscana e da lì non si è più mosso, perfezionando quella sorta di simbiosi con il territorio che è indispensabile per realizzare quelle bottiglie che erano nel progetto iniziale di questa avventura. Nonostante la sua totale disponibilità , indubbia preparazione e chiarezza espositiva , Marco preferisce che siano i vini a parlare e quindi, dopo una doverosa presentazione dell’Azienda che ho sopra riassunto, passiamo alla degustazione.

BIANCO DI AMPELEIA IGT Costa Toscana Bianco 2017

Prodotta per la prima volta nel 2016, questa bottiglia è figlia di una annata non splendida ed inoltre il vino è in vetro, senza aver subito alcuna filtrazione, da solo tre settimane. La vendemmia avviene da una vigna ‘mista’ con prevalenza di Trebbiano e presenza di Ansonica e Malvasia. Questo impianto nasce da reinnesti del 2015 presi da una vecchia vigna di circa 60 anni. Il vino è un bianco… di nome ma non di fatto. Il colore giallo quasi dorato è frutto di una macerazione di una settimana in cemento. Il tannino che si avverte chiaramente in bocca deriva quindi esclusivamente dall’uva. Il naso quasi mieloso trova rispondenza in bocca con un attacco quasi dolce che viene subito ribaltato da una acidità sferzante, una decisa sapidità e la chiusura tannica che comunque contribuisce a prolungare la persistenza del sorso. I vigneti hanno giaciture tra i 300 e i 600 metri di altitudine; i terreni centrali sono più sciolti, dominati dalle argille mentre più in alto c’è più scheletro con predominanza di galestro. Il vino non è ancora totalmente stabilizzato ma ha una grande complessità e completezza. Il ritorno balsamico ed agrumato lo rendono particolarmente invitante ed adatto ad un impiego gastronomico.

UNILITRO IGT Costa Toscana 2016

Dagli impianti più giovani viene prodotto questo vino che anche nel formato dell’imbottigliamento vuole essere un prodotto non impegnativo pur non essendo banale. Vigneti sono quelli a bassa quota di Alicante Nero, Mourvedre, Carignano, Alicante Bouschet. Dopo la fermentazione affina sempre in cemento per circa 6 mesi prima dell’imbottigliamento. Bellissimo colore rubino lucente, naso floreale e fruttato, bocca dolce ma al contempo tagliente con una bella nota di frutta rossa. Un vino leggero ma non vuoto, naso fresco, marcato, non complesso ma pulito e con una bevibilità assolutamente piacevole.

KEPOS IGT Costa Toscana 2015 e 2016

Le uve sono le stesse utilizzate per il vino precedente ma con alcune differenze sostanziali. In primo luogo la provenienza delle uve: qui confluiscono i grappoli raccolti dalle vigne più vecchie e con giacitura più alta. Altra differenza sostanziale è la vinificazione. Se per Unlitro le uve vengono lavorate separatamente e poi assemblate, per Kepos i diversi vitigni cofermentano in vasca. I diversi gradi di maturazione dei grappoli contribuiscono, grazie a questo sistema, a creare un ottimale bilanciamento di zuccheri e acidità nella massa complessiva che si avvia alla fermentazione. Le due annate hanno avuto diversi andamenti climatici. Il 2015 ha visto un inizio piovoso poi migliorato verso maggio e picchi di calore tra luglio ed agosto. Molto più regolare ed equilibrata la 2016 con belle escursioni termiche tipiche delle estati mediterranee in queste zone. Dopo la fermentazione il vino completa l’affinamento in cemento sopra le proprie fecce per circa 10 mesi in cemento per poi essere trasferito senza alcuna filtrazione in bottiglia dove riposa per altri 5/6 mesi prima di essere commercializzato.

Il 2015 ha un percepibile accenno di lavanda, una nota di rosmarino o comunque macchia mediterranea con un lieve tono smaltato; sufficiente la freschezza e buona mineralità che alleggerisce il sorso che termina con una chiusura leggermente ammandorlata.

Già al colore il 2016 si caratterizza per un’unghia più violacea, il naso è più profondo ma ancora chiuso. Una energica ossigenazione contribuisce a liberare sentori di liquirizia ed una punta di cacao. I tannini sono più dritti ed eleganti rispetto al 2015 e complessivamente il vino mostra una maggiore spinta acida a vantaggio di bevibilità e persistenza.

ALICANTE IGT Costa Toscana Alicante Nero 2016

Primo vino che vede la vinificazione in purezza di un vitigno. Solo Alicante Nero (noto anche come Grenache in Francia o Cannonau in Sardegna) questa uva trova in questo territorio una declinazione decisamente diversa. Il vino è quasi un rosato intenso; le uve provengono dalle vigne a 300 metri di altezza della particella chiamata Vigna della Pieve che vede uno strato superficiale di ciottoli adagiati su un substrato di argilla rossa e terreni sciolti. Il grande equilibrio raggiunto dalle piante ha permesso a Marco Tait di utilizzare in vinificazione anche un 20% di uva intera per sfruttare la maggiore acidità e lunghezza che grazie ai raspi si riesce ad ottenere. Il naso ha una decisa impronta di arancia sanguinella, uno spunto speziato, quasi pepato, cui fa da contraltare uno sbuffo soffice di rosa canina. Il naso si apre e richiude vorticosamente, è sufficientemente profondo ma leggero, in bocca il sorso è sostanzioso con una bella chimica fresca e sapida.

CARIGNANO IGT Costa Toscana Carignano 2015

Prima annata prodotta per questa bottiglia frutto di sole uve Carignano raccolte da una parcella a 300 metri di altitudine caratterizzata da argille grigie e galestro, protetta e circondata da lecci e macchia mediterranea. Il vino è piuttosto austero, quasi scontroso. Sicuramente è preponderante la frutta rossa, in bocca tuttavia è anche pungente. Al frutto fresco si alterna una trama speziata, la beva è dritta, lineare, quasi scoppiettante con una persistenza che difetta però un po’ di lunghezza. Limite che credo possa essere figlio soprattutto dell’eccessiva gioventù , tradita da questa alternanza gustativa.

CABERNET FRANC IGT Costa Toscana Cabernet Franc 2016

Questa vigna fu piantata dai precedenti proprietari della tenuta con l’intento di produrre un vino che ben si sposasse con la carne di piccione che loro producevano. I vigneti sono a Roccatederighi, a 500 metri di altezza e affondano le radici in un suolo ricco di galestro. La vinificazione con un 30% di raspo libera tutta la potenza di un territorio arroccato sulle rocce di trachite. Il bicchiere è violaceo, al naso c’è frutto fresco, foglia di pomodoro e peperone. E’ però un erbaceo estremamente piacevole privo di certi eccessi sgraziati che vengono purtroppo troppo spesso identificati come tipici di questa uva. Il vino è ancora giovanissimo: fiori, frutta, fieno, tabacco e cacao si alternano in una successione di sensazioni che rivelano la grande potenzialità di questa bottiglia. E tutto con una gradazione alcolica di soli 12 gradi….!

AMPELEIA IGT Costa Toscana 2013, 2014 e 2015

Affrontiamo adesso la verticale del vino che porta il nome dell’Azienda e che quindi ne è virtualmente il portabandiera. Negli anni questo vino ha visto variare la sua composizione come pure la tecnica di vinificazione. Nelle prime annate 2002 e 2003 le uve provenivano dai vigneti di Cabernet Franc, Merlot e Cabernet Sauvignon presenti nella parte alta ed acquisiti dalla precedente proprietà. Dal 2004 il Merlot esce dall’assemblaggio ed entrano in scena basse percentuali di vitigni mediterranei impiantati nella parte bassa della tenuta. Dal 2013 si arriva all’assetto attuale con una assoluta predominanza (85/90%) di Cabernet Franc dei vigneti di Roccatederighi ed il restante saldo di Sangiovese. Dal punto di vista delle pratiche di cantina l’affinamento inizialmente avveniva in barrique nuove, poi spostato su legni sempre piccoli ma usati per arrivare alla vendemmia del 2014 dalla quale si passa all’affinamento in botti grandi da 50 ettolitri.

Il 2013 si presenta con un colore intenso ma non particolarmente luminoso. Il naso è profondo, c’è una decisa nota dolce riconducibile alla ciliegia sotto spirito. In bocca è caldo e avvolgente, una sferzata è data dal nerbo erbacea contrapposto al frutto maturo e al contempo acido del ribes nero. Non sono ancora avvertibili le note terziarie ma purtroppo la godibilità è leggermente penalizzata da una nota alcolica che, in questa fase evolutiva, è un po’ troppo slegata e percepibile.

Completamente diverso l’impatto dell’annata 2014, complice anche un andamento climatico caratterizzato da piogge molto abbondanti. Il vino si propone glicerico ed avvolgente. Forse pecca in persistenza ma sicuramente ha già un proprio bilanciamento, il tannino è molto levigato, la vena erbacea appena tratteggiata dona una buona facilità di beva. Un vino quasi pronto che non lascia prevedere ampi margini di miglioramento in prospettiva evolutiva.

Terza annata e terza diversa personalità. Il naso del 2015 è vibrante di frutta rossa e spezie. La gioventù è tradita dal continuo tentativo di aprirsi per poi richiudersi subito dopo. Il vino è succoso, fresco e minerale con un piacevole retrogusto aromatico di timo e rosmarino. Il tannino è elegante ma ha ancora un notevole mordente che potrà smussarsi solo con un successivo affinamento in bottiglia.

Prima delle conclusioni finali è doveroso osservare che questi vini si esaltano nell’abbinamento con il cibo e che, come è usuale in queste occasioni, gli assaggi proposti da Delfina Piana si sono distinti come al solito per qualità di materie prime e leggerezza della lavorazione. Un caciucco povero con polipetti, calamari, vino bianco e salsa del Salento, dei fegatini di pollo e vitello, il pecorino stagionato con salsa di pere senapate ed il pane con grano antico Verna sono stati degni corollari ai numerosi assaggi della serata.

La disponibilità di Marco Tait, assieme ai contrappunti tecnici di Luca Bandirali e Delfina Piana hanno reso la serata molto piacevole ed hanno stimolato la partecipazione dei soci presenti.

C’è però un aspetto che non ho trattato e che ho volutamente tralasciato per affrontarlo in chiusura dopo il racconto dei vini: si tratta della parte relativa alla conduzione agronomica.

Come ho accennato all’inizio Marco arriva ad Ampeleia dopo una formazione tecnica tradizionale e con un approccio scientifico alla vinificazione ed infatti le prime annate di produzione vedono l’applicazione di una agricoltura e pratica di cantina tradizionale. Sotto la guida di Elisabetta Foradori però l’uomo si mette all’ascolto del territorio ed inizia a leggerlo cercando di comprendere la strada migliore per ottenere da esso i migliori risultati. Nel 2010 inizia la conversione alla biodinamica che, partendo dai vigneti più alti, si è conclusa nel 2104. Tutti i vini degustati sono stati quindi realizzato con l’impiego esclusivo di lieviti autoctoni e senza alcun tipo di filtrazione perché, come ha spiegato Marco, se lavori bene in vigna con la filtrazione puoi solo impoverire un vino di elementi preziosi. Il percorso enologico di Ampeleia è specchio di un cammino evolutivo che se si fosse fermato alla vigna sarebbe poca cosa ; parallelamente ad esso è avvenuta una analoga graduale evoluzione professionale di vita ed umano di Marco che ha vista stravolta tutta l’impostazione tecnico-teorica della sua formazione. Molto bella da parte sua l’ammissione delle difficoltà razionali nell’affrontare questo cambiamento, ma altrettanto illuminante la constatazione di essersi dovuto arrendere all’evidenza dei fatti. Se nel progetto iniziale Ampeleia avrebbe dovuto produrre un solo vino, adesso sono diventati ben sette perché la nuova vita delle vigne ha in un certo senso rivendicato attenzione, come a voler pretendere che il frutto di quei tralci ottenesse la meritata valorizzazione. Si potrebbe dire che l’approccio scientifico è salvo nella verifica empirica del lavoro. Per quanto si possa essere scettici sull’uso dei vari preparati biodinamici, resta innegabile il risultato. Nonostante l’innalzamento delle temperature si stanno abbassando le gradazioni alcoliche e questo perché le piante acquistano un loro particolare equilibrio che riduce progressivamente la forbice tra maturazione fenolica e tecnologica: eterno dilemma di chiunque debba individuare il corretto momento per la vendemmia. La forza del vignaiolo diventa quindi dare fiducia alle piante ed analogamente quello dell’enologo fidarsi dei propri mosti. Ecco che il vero lavoro diventa l’ascolto. Cito testualmente Marco: “ In vigna devi camminare, altrimenti vai a fare un altro lavoro”! Torniamo quindi circolarmente all’inizio di questo racconto quando dicevo che la Natura talvolta può prendere il sopravvento e a sua volta forgiare quelle persone che avrebbero voluto o dovuto tentare di dominarla. Il territorio ha preso il sopravvento ed ha contribuito anche all’evoluzione personale di Marco e ne ha fatto in un certo senso lo strumento attraverso il cui lavoro parlarci di se stesso. Non è però una sconfitta ma anzi un grandissimo successo. Solo persone aperte ed intellettualmente vivaci come il nostro ospite riescono a mettere la loro competenza al servizio del territorio per creare questa speciale sinergia che, sono sicuro, non potrà che dare in futuro risultati sempre migliori.

(Antonio Lavingrese)

Fonte:  VOG

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