19/10/2018

Ampeleia: una Toscana che non ti aspetti

AMPELEIA: UNA TOSCANA CHE NON TI ASPETTI

(di Antonio Lagravinese)

 

Il 27 marzo a Crema abbiamo avuto la fortuna di conoscere Marco Tait, responsabile enologico ed agronomico di Ampeleia , ed ovviamente di apprezzare i vini prodotti da questa giovane e dinamica realtà toscana. La serata, della quale ho ampiamente relazionato in un precedente articolo, si era conclusa con un invito da parte di Marco ad andare a trovarli in azienda. Eccoci quindi, in pieno periodo di vendemmia, il 4 settembre, a varcare il cancello della cantina.

La giornata è limpida ed assolata, Marco con alcune aiutanti è in cima alle vasche e ci rivolge un veloce saluto, un’altra ragazza è accovacciata su una vasca di acciaio all’esterno che, per effetto del sole, inizia a scaldarsi e a crearle qualche problema, un uomo sistema dei tubi……tutti fanno qualcosa ma c’è una strana atmosfera ‘sospesa’, come un film proiettato al rallentatore. Poi capiamo: arriva il camioncino con una parte di raccolto. Il cassoncino ribaltabile si avvicina alla pigiadiraspatrice inizia a riversare l’uva sul nastro trasportatore e tutta la cantina si risveglia da proprio torpore. Chi segue la macchina, chi aiuta l’uva a riversarsi correttamente, chi si occupa della pompa che trasferisce il pigiato dentro alla vasca in cemento all’interno della cantina e chi trova il tempo anche di rispondere educatamente a quel gruppo di visitatori che probabilmente sono anche di intralcio ma che non vengono mai fatti sentire tali!

L’aria si riempie del profumo di mosto, il cortile è attraversato da qualche rigagnolo rubino. Sentori fermentativi non ve ne sono, l’uva è appena stata raccolta meccanicamente e dopo pochi minuti è già pigiata e messa in vasca.Abbiamo potuto constatare personalmente la precisione raggiunta dalla moderne macchine per la raccolta: gli acini sono molto puliti ed integri ed il raccolto non necessita di alcuna forma di selezione o cernita ulteriore.

Mentre Marco impartisce le ultime disposizioni per poi potersi allontanare in nostra compagnia, cerchiamo di capire dove ci troviamo.

Ciò che ci ha colpito spostandoci in pullman verso la cantina è che attraversando le dolci colline di questa zona dell’Alta Maremma non abbiamo visto alcuna vigna. Il paese di Roccatederighi, che domina il territorio dallo sperone roccioso sul quale è costruito, è circondato da boschi di castagno e sovrasta una pianura coltivata  grano, la piccola struttura che ospita la cantina gode di un anfiteatro naturale circondato da Lecci e Querce. Questa zona delle Colline Metallifere è una fascia che collega Grosseto a Siena ed in particolare la giacitura dei vigneti riesce a sfruttare l’effetto protettivo delle alture e della folta vegetazione come pure i benefici delle brezze che arrivano dal mare, visibile in lontananza passeggiando tra i vigneti.

Eccoci quindi a camminare per le vigne  di Cabernet Franc che occupano per la maggior parte il nucleo storico che circonda la cantina. Questi sono gli impianti più vecchi, messi a dimora dalla precedente proprietà e sono la varietà dominante, assieme ad un a piccola percentuale di Merlot della parte alta di Ampeleia, si tratta di circa quindici ettari  tra i 450 ed i 600 metri sul livello del mare. Scendendo nella zona intermedia, tra i 250 ed i 350 metri, troviamo il Sangiovese assieme a Carignano, Grenache ed Alicante; nei 10 ettari collocati nella parte più bassa, dove l’influsso del mare è predominante, la Grenache trova il migliore acclimatamento.

I vigneti sono perfettamente curati ed ordinati, qualche fallanza dovuta alla flavescenza dorata, inerbimento multispecie a file alternate e splendidi grappoli di Cabernet Franc praticamente pronto per la vendemmia. Con il permesso di Marco l’occasione è ghiotta per rubare qualche acino ed assaggiarlo: stupisce la differenza di grado di maturazione tra parcelle distanti pochissime decine di metri ma comunque differenti per orientamento o per qualità del terreno, fattore comune è la delicata astringenza del tannino e la dolcezza dei vinaccioli. Possiamo cogliere l’uva direttamente dalla pianta con assoluta tranquillità perché dal 2009 la conduzione agronomica si è convertita al biodinamico. Ampeleia  comprende una superficie complessiva di 120 ettari, dei quali 35 vitati, i restanti sono occupati da boschi di castagno, di sughere, di macchia mediterranea, ma anche di seminativi come il grano ed il farro, e  piante da frutta. La presenza di tre mucche che forniscono anche il letame per i preparati completano  il quadro di una azienda a ciclo chiuso secondo la visione auspicata da Steiner. Anche dal punto di vista energetico i pannelli solari collocati sulle coperture dei capannoni, soddisfano integralmente le necessità dell’Azienda. Accanto ad un vigneto, un telo ricopre il dinamizzatore utilizzato per  i preparati, i famosi 500 e 501. Il 500, noto anche come cornoletame, inizia la sua preparazione in autunno, quando un corno di una vacca che abbia partorito almeno una volta, viene riempito di letame fresco  e poi sotterrato per farlo fermentare. Verso la primavera il contenuto si è trasformato in humus con una carica enzimatica e microbiologica elevatissima; diluito nell’acqua, dinamizzato e cosparso con goccia grossa alla sera sul terreno, opera sull’apparato radicale della pianta stimolandone la crescita ed equilibrandone la fisiologia. Il preparato 501, conosciuto anche come cornosilice, consiste invece in silicio polverizzato in un mortaio, inserito sempre in un corso in primavera e poi recuperato in autunno per poi essere dinamizzato nell’acqua, e quindi spruzzato, a goccia molto fine, dall’alto sull’apparato fogliare; la funzione di questo prodotto è quella di favorire l’accumulo di zuccheri, aiuta le piante nello svolgimento della fotosintesi ed incrementa lo sviluppo delle componenti aromatiche. In una piccola struttura in pietra tra i vigneti è custodito il deposito dell’humus estratto dalle corna e destinato alla preparazione del cornoletame: Marco ci invita ad annusare e toccare. I mesi passati sottoterra hanno sicuramente cambiato la natura di questa sostanza, non ha alcun odore sgradevole, ma anzi profuma di foglie secche e sottobosco, anche la consistenza ha una sua plasticità.

La visione antroposofica di Rudolf Steiner sembra in alcuni casi sconfinare nell’esoterismo ed è oggetto di frequenti critiche, denigrazione e accuse di totale inattendibilità scientifica. Abbiamo già discusso di come la formazione di Marco Tait sia stata di stampo tradizionalmente tecnico e quindi la sua evoluzione gli consente tutt’ora di vivere le eventuali obiezioni con spirito costruttivo, senza mai arroccarsi in una sterile difesa idealistica. In realtà la migliore risposta ai dubbi che comunque talvolta è naturale sollevare, è la più classica delle prove scientifiche: la prova empirica. Possiamo stare a discutere giorni od anni se la dinamizzazione serve a qualcosa, se i preparati hanno una attività biologica dimostrabile, se è vero che le corna fungono veramente da catalizzatore delle energie cosmiche e se il rispetto dei calendari lunari modifica l’attività vegetativa delle piante, resta il fatto che i vigneti trattati con queste pratiche hanno maggiore equilibrio, resistono maggiormente a stress idrici od avversità climatiche, forniscono uve con mosti di qualità tangibilmente migliore. E’ quindi semplicemente assurdo, per un preconcetto, rifiutarsi di applicare tecniche che ci permettono di ottenere vini migliori. Grappoli di una tale qualità che permettono a Marco di procedere con fermentazioni spontanee, senza alcuna aggiunta di bisolfiti e praticamente senza controllo. Un fugace saluto alle tre mucche che pascolano placidamente nello spazio a loro riservato e passiamo all’ “antro del mago”: la cantina.

In realtà di magico non vi è nulla, nessun segreto dello stregone, nessun timore a permetterci l’accesso alle vasche di fermentazione. In un attimo ci troviamo a camminare sopra le vasche di cemento, ad osservare lo sfrigolare dei mosti, ad annusare profumi certamente pungenti ma fruttati e pulitissimi, financo ad assaggiare direttamente dalla vasca acini in fase fermentativa. Per la maggior parte di noi si è trattato di una esperienza del tutto nuova, anche perché sono pochissime le cantine che sono talmente sicure della qualità e salubrità dei mosti in questa prima fase da permettere un simile prelievo. E’ immediato accorgersi della presenza dei raspi nelle vasche, in alcuni casi la fermentazione avviene a grappolo intero, in altri solo una percentuale di grappolo intero sul totale della massa. Il rimando a quanto visto tra i filari è immediato: la fermentazione senza diraspatura è una pratica antica, i tralci hanno una funzione meccanica all’interno del mosto ma lo arricchiscono anche di potassio, contribuiscono a tenere sotto controllo la componente alcolica ed arricchiscono di tannini. Quest’ultimo aspetto è quello che ha portato all’abbandono di questa tecnica. Il più delle volte il tannino della pianta, particolarmente verde e sgraziato, genera deviazioni aromatiche e gustative che si cerca in ogni modo di evitare. In questo fazzoletto di terra invece, il perfetto equilibrio agronomico raggiunto dalla pianta, fa in modo che il processo di maturazione del grappolo avvenga in modo omogeneo ed armonico con la propria parte lignea, da qui la possibilità di utilizzarlo nei casi e con le limitazioni dettate dal progetto enologico perseguito. Cerchiamo allora di capire nel bicchiere la funzione di questi raspi.

Tornati con i piedi per terra, ed armati di bicchiere, iniziamo ad assaggiare alcuni mosti di Alicante . Partiamo da una svinatura avvenuta il giorno precedente, vinificazione tradizionale con un 20% di grappolo intero, macerazione di 10 giorni con un residuo zuccherino di 5gr/l: un infante già pulitissimo, decisamente vinoso ma con un tannino già incredibilmente setoso. Passiamo ad un mosto ottenuto da vinificazione a grappolo diraspato con macerazione di 7gg sulle bucce: la differenza è illuminante! Abbiamo un prodotto molto più duro, il tannino è sempre di altissima qualità ma in bocca il vino è più compatto ed è immediato capire il significato dell’affermazione “il raspo allunga il vino”. L’ultima vasca dei rossi che andiamo a testare non fa che confermare quanto già percepito; qui ci troviamo un mosto ancora in fase fermentativa, l’alcol svolto al momento non supera i 6 gradi quindi gli zuccheri sono ancora molto presenti, ma anche in questo caso la presenza di un 30% di grappolo intero è immediatamente percepibile dalla grazia con la quale il liquido si ‘srotola’ in bocca, avvolgendola con una bellissima polpa matura ma già supportata da una trama tannica estremamente delicata. Non possiamo abbandonare la cantina senza fare anche un assaggio del bianco. Marco ci porge un calice che contiene mosto di Trebbiano messo in vasca da tre giorni con un 10% di uva intera. Ovviamente la dolcezza è molto presente, ovviamente la sensazione fruttata è caratterizzante, ciò che molto meno ovvio è la strabordante acidità che invade la bocca non appena la iniziale sensazione di dolcezza inizia ad attenuarsi.

Dopo questa straordinaria esperienza di cantina, il passaggio naturale non può che essere quello di assaggiare il prodotto finito, ed infatti ci accomodiamo sotto uno splendido pergolato attorno ad un tavolo approntato per la degustazione. Marco e la sua collega commerciale Giulia Zanellati iniziano il servizio del vino partendo dall’unico bianco prodotto dall’Azienda.

 

IGT costa Toscana  BIANCO di AMPELEIA 2017

La partenza dal bianco non è una scelta così scontata come potrebbe apparire. Già dal colore, giallo quasi dorato molto brillante, ci si rende conto che non è un calice da aperitivo. Realizzato da una vigna complantata con uve di Trebbiano, Malvasia ed Ansonica, la macerazione di una settimana sulle bucce si riscontra dalla percepibile trama tannica del bicchiere. L’approccio al naso è inizialmente fruttato, ma lascia poi spazio ad una vena balsamica. Nel cavo orale il vino mostra ancora ritrosia dovuta alla indubbia gioventù, la freschezza è ben presente ma forse la nota maggiormente caratterizzante è la sapidità. Solo a bicchiere quasi vuoto, o comunque dopo una energica ossigenazione, si apre su profumi più lievi e floreali con una netta nota di camomilla che vira su sentori quasi mielosi. Un stoffa da vino rosso, vestito di bianco, che acquisterà maggiore consapevolezza del proprio valore con qualche mese in più di bottiglia e che trova la sua naturale collocazione a tavola, vista l’estrema versatilità nell’abbinamento.

 

IGT Costa Toscana KEPOS 2016

Da vigne poste attorno ai 300m di altitudine, Alicante, Carignano e Mouvedre fatte cofermentare assieme e poi affinate per 10 mesi in  vasca di cemento. Bellissimo il colore rosso con riflessi porpora.  Nonostante una punta alcolica leggermente troppo avvertibile è un vino dalla bevibilità disarmante. Per quanto facciano rima bevibilità non vuole però significare semplicità. Il Kepos mostra una apprezzabile complessità. Troviamo la fragolina di bosco, le erbe aromatiche, il timo, il pepe; c’è una piacevole discrasia tra l’olfatto ed il gusto. In bocca è fresco, discretamente sapido , il tannino è bello verticale e contribuisce alla buona persistenza che lascia una piacevole scia vinosa avvertibile all’olfatto solo a bicchiere vuoto.

 

IGT Costa Toscana ALICANTE NERO 2017

Uva Alicante in purezza,vinificato in cemento con parte di uva intera: colore scarico ed un impatto vista-olfatto quasi da granatina! L’uva ha una bassa carica antocianica e l’utilizzo di una percentuale di grappolo intero contribuisce a fornirgli lunghezza. Le uve sono messe a dimora su due ettari di terreno ciottoloso su substrato sabbioso e questa matrice la ritroviamo nella leggerezza e fragranza del vino. Ferma restando la costante freschezza  fino ad ora riscontrata, questo calice si distingue per l’impronta molto più floreale, un sorso di macchia mediterranea sorretta da un tanino setoso ma vivo, che irrigidisce il vino, asciuga la bocca e richiama il cibo.

 

IGT Costa Toscana CARIGNANO 2017

La tecnica di vinificazione non varia rispetto al vino precedente, qui abbiamo però Carignano  raccolto dalla vigna Campo al Finocchio, una particolare parcella immersa tra i Lecci e la macchia mediterranea. Il vino è in bottiglia da soli quattro mesi e si presenta con una indiscutibile nota di mosto fresco. Sembra di assaporare la croccantezza dell’uva, di masticare una acino. L’acidità di 6,5 misurata strumentalmente, non crea  alcuno scompenso. In bocca è certamente fresco, avvertibilmente sapido ma in masticazione il vino si riequilibra, esce la nota dolce inizialmente dimessa che accompagna una persistenza lunghissima frutto più di un lavoro di cessione che di estrazione. Bottiglia che avrà ancora enormi spazi di miglioramento perché l’irrequietezza del liquido ne tradisce la straordinaria gioventù, ma che al contempo riesce fin da ora ad essere perfettamente godibile.

 

Una brevissima considerazione scaturita dall’ultimo assaggio. Non si pensi che la beva immediata pregiudichi il potenziale di invecchiamento. Se un vino è grande, lo è da subito. Certamente ci sono pratiche di cantina, particolari utilizzi dei legni, che possono richiedere un tempo maggiore per essere assimilati, ma un bicchiere imbevibile da giovane in nessun modo diventerà un ottimo prodotto dopo qualche anno. Se invece in cantina arrivano frutti perfettamente maturi, raccolti da piante con ottima vitalità, il mosto che si ottiene è già dotato di un intrinseco equilibrio che è immediatamente percepibile alla degustazione. Ciò non toglie nulla alle potenzialità evolutive che questi vini potranno avere in futuro.

 

IGT Costa Toscana AMPELEIA 2014

Eccoci al vino portabandiera dell’Azienda, oggetto di sperimentazioni ed aggiustamenti nel corso degli anni ed ora approdato alla predominanza di Cabernet Franc con una percentuale dl 15% di Sangiovese. Per questo prodotto viene utilizzato il legno grande che ospita metà della massa per circa un anno, mentre la restante sosta in acciaio, prima del finale assemblaggio. Il 2014 è stata una annata difficile e particolarmente piovosa. Il sorso è certamente piacevole, ha una buona avvolgenza. Netta la predominanza della vena balsamica, quasi mentolata, su un tappeto cosparso di spezie dolci, confetture di frutta, tamarindo, una punta di liquirizia ed un leggero accenno di tabacco. La freschezza e la sapidità, pure se in misura minore rispetto agli altri assaggi, non mancano, tuttavia in bocca manca quello slancio e verticalità che fino ad ora avevamo sempre riscontrato. Sicuramente frutto di una annata quasi ovunque problematica, questa bottiglia è assolutamente piacevole e certamente non in fase di declino ma, almeno in questa fase evolutiva, non riusciamo a scorgerne ulteriori margini di miglioramento.

 

IGT Costa Toscana AMPLEIA 2015

Cambia l’annata e cambia totalmente il vino! Frutto di un andamento climatico con temperature elevate, l’uva ha apportato una componente glicerica importante. Inizialmente chiuso fatica ad aprirsi nonostante il tentativo di ossigenarlo violentemente. Il naso resta compresso ma se ne intuisce la profondità. In bocca esplode subito il frutto ma si richiude immediatamente su se stesso lasciando campo libero al tannino ancora aggressivo, quasi verde. Ho avuto modo di ritornare su questo bicchiere a distanza di tempo e per quanto faticasse sempre a distendersi, ho avvertito una piacevole speziatura, una punta di mirtilli, un accenno di cacao dolce, la prugna, il rosmarino…. Un naso molto profondo e nervoso, con anche una punta di grafite, che si riuscirà ad apprezzare appieno quando anche in bocca il vino riuscirà a rivelarsi in maniera meno criptica. In questo solo il tempo potrà aiutarlo.

 

La degustazione e la chiacchierata con Marco e Giulia è proseguita in modo maggiormente informale mentre tutti noi approfittavamo volentieri del ricco buffet messo a nostra disposizione per il pranzo: bruschette al pomodoro fresco, ricotta con le erbe, formaggi stagionati, prosciutto crudo con i fichi , salame, insalata fredda con il farro prodotto in azienda e melanzane grigliate.

Possiamo dire che tutti i vini che abbiamo assaggiato sono legati dal fattore comune del tannino elegante, oppure della sapidità, oppure della freschezza, ma a mio avviso il vero fil rouge è la personalità. Come ogni prodotto possono piacere o meno, ma non abbiamo trovato alcun tipo di omologazione, ciascuno ha proprie peculiarità, ulteriormente esaltate dalle differenze dettate dalle annate. Non ho letto le note di degustazione che avevo scritto in occasione della visita di Marco a Crema, credo che qualche vino sia stato già degustato in quella sede. Non mi stupirei comunque di trovare sensazioni differenti. Sono vini vivi, tendenzialmente giovani, e pertanto soggetti ad evoluzioni anche sostanziali. La visita in Azienda ci ha permesso di saggiare tutta la filiera produttiva ed apprezzarne la assoluta naturalezza. Non sto parlando di naturalità intesa nel termine letterale di rispondenza agli ordini naturali, questo aspetto è certamente presente ma alcuni passaggi della pratica biodinamica potrebbero ad alcuni sembrare fuori luogo o comunque delle forzature, io intendo proprio ‘naturalezza’ nel senso di assoluta semplicità con la quale tutte le varie azioni vengono messe in pratica al punto da rendere quasi scontato che venga prodotto un vino di assoluta qualità. In realtà non è per nulla scontato! L’intervento umano è determinante già dalla scelta del territorio. Dal punto di vista del disciplinare il vini potrebbero rientrare nei confini della Doc  Monteregio o Doc Maremma Toscana, in realtà la scelta di presentarli come Indicazione geografica Tipica, oltre a liberarsi da alcuni vincoli produttivi tipici dei disciplinari sopra nominati, consente una precisa caratterizzazione legata a questa precisa realtà aziendale, a questo territorio ben delimitato, a questa particolare cura produttiva.

Ampeleia nasce nel 2002, è ancora una splendida adolescente in attesa della maggiore età. Con l’avanzare degli anni, anche i vigneti di nuovo impianto , sottoposti alle amorevoli cure di Marco, acquisteranno sempre maggior vigore e raggiungeranno un sempre maggiore equilibrio, tutto a vantaggio della qualità dei frutti. Da ciò non potranno che scaturire vini sempre migliori perché una consapevolezza assoluta che ci portiamo a casa da questa visita è che nelle bottiglie di Ampeleia, in tutte le tipologie secondo le loro caratteristiche, ritroviamo sempre immancabilmente l’impronta del grappolo dal quale proviene.

Una straordinaria esperienza tecnica ed umana che ci ha arricchito personalmente e professionalmente e della quale non ci stancheremo mai di ringraziare Marco Tait che l’ha resa possibile.


Fonte: VOG Newsletter, 19.10.2018

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